
CESARE PAVESE
Nacque a S.Stefano Belbo nel1908 da una famiglia piccolo-borghese che possedeva un podere nelle Langhe cuneesi e si era trasferita a Torino per motivi di lavoro.(il padre era impiegato presso il tribunale
Cesare si rivelò subito un ragazzo timido introverso. non bene inserito nella vita cittadina. Frequenta le scuole medie in un istituto della ricca borghesia (gesuiti) e vi si trova a disagio per i suoi modi impacciati ,di cui egli stesso accentua il carattere provinciale.
Aveva perso il padre a soli otto anni e la sua educazione rimase interamente affidata alla madre, donna energica e severa che per questo forse non riuscì a far vincere al figlio le incertezze e le paure nei confronti della vita.
La personalità di Pavese rimase sempre caratterizzata da una continua tendenza al suicidio. (il vizio assurdo)
Le difficoltà che incontra ad inserirsi nella vita cittadina fanno sì che egli vagheggi l’ambiente contadino in cui è nato come un rifugio in una natura amica dove possa abbandonarsi all’evasione e al libero vagabondare.
Sorge così la contrapposizione campagna - città
Secondo Pavese in ogni uomo è radicato un contrasto fondamentale :
infanzia - maturità
ed è questo che caratterizza la spiritualità degli uomini del nostro tempo ; contrasto che è sul piano storico e geografico-sociale.
Lo possiamo semplificare secondo lo schema seguente:
campagna-infanzia-civiltà primitiva
Città-maturità - civiltà evoluta
Pavese razionalmente è allineato sui secondi termini del contrasto: sa che l’uomo deve diventare adulto,che la storia è progresso e civiltà,che la città sveglia l’uomo e lo rende più aperto alla vita ai problemi umani e ai doveri sociali ;ma
sentimentalmente resta legato ai primi termini del contrastoPubblicò nel 1936 la sua prima opera LAVORARE STANCA, originale tentativo di poesia-racconto.Riportiamo la poesia che dà il titolo alla raccolta:
Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo,ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade,non è più un ragazzo
e non scappa di casa.
Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote,distese
sotto il sole che sta per calare,e quest’uomo,che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle,le piazze e le strade
sono vuote.Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti,uno parla da solo. E per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.
Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno,ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto.Se fossero in due,
anche andando per strada,la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo,che passa non vede le case
tra le inutili luci,non leva più gli occhi:
sente solo il selciato,che han fatto altri uomini
dalle mani indurite,come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che,pregata,vorrebbe dar mano alla casa.
Dopo quest’opera si dedicò alla narrativa.
I quattro romanzi che concludono il primo tempo della sua narrativa sono :
IL CARCERE (1938) PAESI TUOI (1941)LA BELLA ESTATE E
LA SPIAGGIA (1942).
Importanti sono anche i racconti pubblicati nel volume
Ferie di agosto.
Nel dopoguerra pubblicò :Il compagno (1947) Prima che il gallo canti che comprende La casa in collina insieme al Carcere (1949)e La bella estate(1949)
La luna e i falò, scritto nel ’49 e pubblicato nel ’50,anno della sua morte.
Anche per Pavese ,come per Vittorini e Moravia ,si parlò di realismo o neorealismo;ora la critica è concorde nel riconoscergli una sostanza di decadentismo lucido, sofferto fino al cerebralismo, fino al suicidio.
"In un periodo di trionfo dell’ermetismo Pavese imbocca una strada antitetica : quella della poesia-racconto di Lavorare stanca, in cui adotta il tono del parlato e dove trova posto un mondo brulicante e vivo :le osterie,la campagna le vie della città ,la periferia. Ma queste "solide realtà",che sembrano dare una concretezza realistica alla poesia di Pavese, sono da prendere con molta cautela ;nelle liriche migliori Pavese va oltre il dato naturalistico, in quanto la collina e la campagna e le strade della periferia sono solo lo strumento, punti di partenza per andare oltre. (Guglielmino
)Pavese ,pur accogliendo la lezione del realismo americano (Melville,Dos Passos,Faulkener,Anderson,Lewis...e pur ispirandosi alla realtà e al costume contemporaneo, tende sempre a ridurre fatti e vicende ad alcune immagini esemplari e molto significative (i miti)sentite come espressione sintetica del destino dell’uomo (Pazzaglia)
La poetica di Pavese coincide con la poetica del mito, ossia "del vedere sempre la seconda volta"
L’uomo è condizionato dal suo primo vedere infantile. Nell’infanzia, in un primigenio contatto con il mondo, si sono formati in noi dei
miti dei simboli che vivranno poi sempre nel nostro inconscio.Quindi ogni uomo, quando conosce razionalmente il mondo, non si trova di fronte ad una realtà ignota da indagare ,ma di fronte ad una realtà assunta nel suo inconscio come mito cioè di fronte ad una realtà già vista per cui conoscere vuol dire vedere le cose per la seconda volta,
"Pavese delinea una connessione:
infanzia-mito-destino per la quale ogni vita risulta prederminata da alcuni eventi fondamentali delle originiIl ritorno all’infanzia, per Pavese non è dunque un recupero memoriale (Proust)o un ricordo di un periodo felice e per sempre perduto. (Leopardi),ma è un ritrovare nel nostro inconscio questi miti :è uno scavo nella nostra interiorità per conoscere noi stessi e il nostro destino che si è determinato nel primordiale e aurorale contatto con le cose .
Le immagini esemplari e significative della raccolta Lavorare stanca sono quelle del ragazzo vagabondo che, fiducioso, scappa di casa va in città ma non sa raggiungere la "maturità" ;o quella del vecchio ubriaco che non ha saputo impegnarsi, trovare una donna ,mettere su casa.
Il ragazzo rappresenta la solitudine ancora piena di speranza; l’altro la solitudine senza più speranza ;l’uno aspira al rimedio del sesso,l’altro cerca rimedio nell’alcool.Hanno in comune la libertà da vincoli obbliganti,non conoscono il lavoro e la sua dura disciplina,il lavoro che appunto stanca.
La vita di Pavese come viene fuori da quell’atroce diario che è Il mestiere di vivere è caratterizzata da quella che è stata definita "incapacità di vivere confermata da una spinta al suicidio presente fin dal principio e poi tragicamente realizzata.(Gioanola
)La "paura di vivere" di cui Pavese soffre è dovuta alla precoce intuizione del nulla dell’esistenza e alla "preventiva e sotterranea sfiducia nei rapporti con gli uomini, che richiedono comunità d’interessi."
Inoltre il Nostro si trovò a vivere nella Torino degli anni venti che era l’esatto contrario delle sue disposizioni interiori.
Per la severa educazione familiare e per le sollecitazioni dell’ambiente piemontese, la sua volontà reagisce o vuole reagire all’abbandono nichilista e al disfattismo del carattere e si sforza di aderire a un concetto dell’esistenza come progetto e costruzione da realizzare con l’azione efficiente, con il lavoro tenace, con la dedizione ai propri impegni e doveri
.Una delle cause del dramma pavesiano è da rintracciare nella contrapposizione violenta che si viene a stabilire tra le spinte istintuali ossessive, angosciate, nichiliste, e le spinte etico-razionali dell’ambiente, dove i suoi maestri e amici sono tutti impegnati nelle ideologie e nelle lotte di rinnovamento civile .
Da questo ambiente Pavese imparò a ignorare l’inconscio e a tentare la
costruzione intellettualistica e volontaristica della sua vita nell’intento di
costruire nell’arte e nella vita il mito della maturità.
Da questo conflitto finì per uscirne umanamente stroncato.
CONTENUTO NARRATIV0 DELLE OPERE
LAVORARE STANCA
Così Pavese definisce la tematica del suo canzoniere :
"L’avventura dell’adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina consimile la città, ma vi trova la solitudine e tenta di rimediarvi con il sesso e la passione, che servono solo a gettarlo in una più tragica solitudine che è la fine dell’adolescenza. Qui troviamo già i miti di Pavese :
· Il senso elementare e nostalgico della natura :la memoria delle colline, della campagna, della vita rustica.
·
La scoperta della città che attrae e respinge :le sue periferie, le sue strade le sue luci ; i ragazzi, gli operai, le donne maliziose· L’esasperazione sessuale le ansie e i disinganni il fervore del sangue e le inibizioni.
·
Ma è presente anche il tema dell’impegno della maturità del cercare una donna e mettere su casa ,espresso in particolare su la poesia che dà nome alla raccolta.PAESI TUOI
Propone l’antitesi morale e sociale città-campagna.Pur rientrando per
alcuni aspetti nel filone neorealistico, presenta tuttavia presenta tuttavia
evidenti elementi di quella che è stata definita "la poetica del
mito".
La dimensione mitica del romanzo è, per ora,limitata ad una visione della
campagna come luogo di sopravvivenza dell’arcaico, delle superstizioni, del
"selvaggio"
Berto, un operaio torinese esce di prigione insieme al contadino Talino, individuo goffo e brutale. Poiché Berto è senza lavoro, questi lo convince ad andare con lui alla sua cascina, per accudire alla trebbiatrice. Qui Berto scopre un mondo per lui nuovo, quello della campagna. Il romanzo vive quindi il contrasto, quotidiano e continuo, tra la lucidità razionale di Berto e la realtà che lo circonda ,fortemente impregnata di convinzioni e gesti rituali e irrazionali.
LA SPIAGGIA
Qui troviamo un interessante impostazione del tema dell’evasione. Per i protagonisti, Clelia e Doro, la città è pressante e asfissiante ; è il luogo della maturità raggiunta, della fine dell’adolescenza, della responsabile vita coniugale, cui stentano ad adattarsi. La spiaggia, dove Clelia è tentata dall’amore ingenuo e appassionato di Berti e le colline dell’infanzia, dove Doro è irresistibilmente richiamato, rappresentano il simbolo di una libertà e di una felicità perdute ,dell’evasione cercata e invano tentata.
LA BELLA ESTATE.
Questo romanzo, scritto nel 1940 ; fu pubblicato nel 1949 nel volume omonimo, insieme al Diavolo sulle colline e Tra donne sole.
Torino è la città dove si sconta l’adolescenza e l’innocenza, in
solitudine.
Protagoniste Ginia e Amelia ; Ginia è l’adolescente che governa la casa
e sospira un amore romantico, cui si abbandona con spontaneità e freschezza di
sentimenti ,rassegnandosi poi all’amarezza del disinganno. Essa giovanissima
lavorante in un atelier di mota a Torino. Conosce per caso Amelia, che fa da
modella per i pittori e che, attraverso appunto il proprio mestiere, ha imparato
a superare ogni falso tabù e ogni pudore. Rotta a tutte le esperienze dell’amore
e del vizio, è arresa alla sua sorte ; è attratta verso Ginia da un
affetto un po’ torbido e un po’ pietoso, non senza una nostalgia dell’adolescenza
perduta.
Non cercherà e non potrà evitare che in Ginia si rinnovino le sue stesse
tristi esperienze.
IL DIAVOLO SULLE COLLINE
Questo romanzo scritto nel 1948 fu pubblicato con il precedente nel ’49.La narrazione si apre con le notti in bianco di tre giovani, Pieretto, Oreste e il protagonista, che narra in prima persona :notti passate nella speranza illusoria di trovare la vera libertà nei vagabondaggi sulle colline che circondano Torino.
Qui i giovani incontrano Poli, giovane ricco e vizioso, e la sua amante, Rosalba, in preda a una evidente disperazione per il suo amore non ricambiato.I cinque per un po’ fanno gruppo ;poi il suicidio di Rosalba distacca Poli dagli altri tre .Questi decidono allora di lasciare Torino e di trascorrere un periodo di tempo in campagna ,nella casa paterna di Oreste Qui essi si rendono conto che la vera libertà è nella natura campestre ; durante la gita ai parenti di Mombello, ancora autentici contadini, capiscono che la civiltà pur storicamente necessaria ha privato l’uomo dell’autentico contatto con la natura, sempre benefico a meno che l’uomo non si lasci dominare ed annullare dalla natura stessa.
TRA DONNE SOLE
Protagonista Clelia .Torino è il luogo dell’infanzia da cui evase, giovanissima e povera, per Roma dove con il lavoro ha saputo raggiungere una vantaggiosa posizione. Torna a Torino per aprirvi una casa di moda e soprattutto per ritrovarvi se stessa. Ma ella non potrà più ormai godere dell’intimità della sua città ; il suo lavoro la obbliga a un mondo di relazione falso e corrotto :un mondo di uomini soli e di donne sole. E’ il fallimento della vita di relazione e il tentativo vano di preservare la propria vita interiore
IL CARCERE E IL COMPAGNO
In Carcere, Stefano è un confinato politico, ma i suoi problemi, nati dallo isolamento e del tutto personali, sarebbero gli stessi anche se il motivo dell’isolamento fosse di altra natura Il protagonista, impedito alla vita, si sente mordere dalla solitudine ; non è certo l’impossibilità a far politica attiva che lo turba. Nel Compagno abbiamo una ben povera vocazione politica Pablo è un essere che soffre di solitudine, di noia esistenziale, che non ne può più di vivere una vita insulsa, "solo come un cane", : si pone allora come modello Amelio,il marxista sicuro di sé tutto di un pezzo, che sa vincere la solitudine e dare un significato alla vita
.LA CASA IN COLLINA
In questo romanzo Corrado assomma in sé le posizioni di Stefano e di Pablo
Il protagonista è un intellettuale (professore) che era vissuto sempre in un
mondo tutto suo, da cui è richiamato bruscamente dagli orrori della guerra a
prendere coscienza dei suoi doveri di uomo e lottare per un ideale politico
concreto ; ma la politica non gli riempie l’esistenza, non gli basta. Il
libro è "la storia di una lunga illusione" :quella di un uomo
che crede di poter restare isolato essere fuori della sorte comune degli altri.
mentre si avanza la storia a reclamare la partecipazione di tutti al conflitto
in atto Ad un certo punto Corrado sente di dover aderire alle parole di Cate :"la
vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno".
Il canto del gallo "strepitoso e lontano" ,l’ululato pietrificante
delle sirene le bombe su Torino lo hanno fatto uomo, ma non l’anno guarito
dalla vocazione solipsistica dalla solitudine popolata dai miti, se egli al
termine del suo inconcludente vagabondare per le sue colline non sa rispondere
alla domanda finale : e dei caduti che facciamo ?perché sono
morti ?
LA LUNA E I FALO’
Ultimo romanzo di Pavese scritto nel 1949 e pubblicato nel ’50
Il protagonista-narratore è un trovatello, soprannominato Anguilla, cresciuto
nelle Langhe e allevato da una famiglia di contadini che lavoravano le terre
della Gaminella, un podere vicino al Belbo.Egli ritorna ai luoghi dove è
vissuto da ragazzo, dall’America dove era emigrato e dove aveva fatto fortuna.
Il romanzo è strutturato in tre tempi :
1°tempo. Anguilla è ritornato alla ricerca del paese-mito, cioè del paese come gli è rimasto dentro, quando l’ha visto per la prima volta da ragazzo.Egli sente il paese come un misterioso legame vitale, come luogo fantastico, in cui ha vissuto un tempo assoluto : un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo. Anguilla è andato in America per poter tornare ed ora avverte il senso del suo "essere cresciuto" del suo essersi fatto uomo, perché nel paese, nulla e tutto è cambiato : sulle colline è passata la guerra, e anche la resistenza;ma ancora c’è la miseria più nera, per i dannati che tirano la vita coi denti. Infatti nella cascina in cui Anguilla venne raccolto, quando era ancora un piccolo bastardo,da Padrino e Virgilia, ora vive Valino un povero contadino che negli eccessi d’ira e di miseria prende a botte la moglie e con lui vive anche un povero figlio storpio, Cinto, che poi si lega d’affetto ad Anguilla. Quindi la guerra e la resistenza non hanno mutato nulla per la povera gente di campagna, tanti morti hanno lottato invano.
2°tempo : è come un intermezzo fatto di nostalgiche rivelazioni del passato. Anguilla ricorda la sua adolescenza alla villa della Mora dove vive il Sor Matteo e le sue tre belle figliole,. Una famiglia di agiate condizione economiche, cui Padrino e Virgilia affidarono Anguilla abbandonando la Gaminella, che era un podere troppo povero per mantenere una famiglia.
Delle poche persone che il protagonista conosceva è rimasto solo Nuto il vecchio amico, che allora faceva il suonatore di clarino in tutti i balli e le feste.E che ora fa il falegname.
A Nuto che di tutto vuol darsi ragione e sostiene che il mondo è mal fatto, Pavese affida le sue ansie di rinnovamento sociale e morale della società.
3°tempo : è la parte drammatica che segna la distruzione anche fisica
di un mondo. Valino,il nuovo proprietario della cascina spinto dalla sua innata
follia e dalla disperazione di vivere, in una notte di luna le dà fuoco,
facendo morire i suoi familiari e le bestie. Si salva solo Cinto, il figlio
sciancato. L’ultimo nucleo narrativo racconta le vicende delle tre
"signorine" della Mora che erano state un tempo le
"padroncine" di Anguilla,verso le quali aveva provato ammirazione e
attrattiva. Nuto racconta la loro triste fine.Silvia mal maritata e divorziata
vive miseramente a Nizza ; Irene,rimasta incinta, è morta per aborto
clandestino ; Santa la più giovane, la cara bambina di allora, ha creduto
di realizzare se stessa, facendo combutta con i repubblichini, e facendo la spia
per loro, e per questo uccisa dai partigiani.
Al reduce , che cercava nei luoghi della sua infanzia le tracce del suo passato
non rimane che accettare l’estraneità al suo paese e, partendo,affermare la
propria solitudine,constatando, che "crescere vuol dire andarsene,
invecchiare, veder morire ..."
Dopo la tragedia Pavese si è convinto che diventare uomo, maturare vuol dire vivere di razionalità, inserirsi nella storia, vuol dire aver visto le cose per la "seconda volta". Cioè aver eliminato i miti inconsci,le illusioni vitali, vuol dire sentirsi soli, vuoti e inutili, sempre più tentati dal "vizio assurdo", che nega la vita. Tale stato di angoscia esistenziale è presente nelle ultime liriche, raccolte poi in Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
.E ’stato detto che forse soltanto l’amore di una donna avrebbe potuto salvare Pavese. Ed è vero se si dà all’amore per la donna un significato più profondo :"Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore,
qualunque amore,ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla"Il 27 agosto 1950 Pavese cedeva al vizio assurdo e risolveva nel mistero della morte i "
perché" che,lo avevano tanto angosciato, del suo solitario mestiere di vivere.P.M.